Domenica mattina, alle 4, mi sono svegliata come molti con il letto che ballava. Stavo facendo un sogno strano, un tizio - per il quale ho sempre avuto un debole - finalmente mi dichiarava i suoi sentimenti, e mi aspettava a letto.
Immagino di doverlo prendere come un segno: 'st'omo è fuori portata pure tra le braccia di Morfeo, anche se l'universo poteva comunicarmelo in maniera meno traumatica.
E' da quasi una settimana che si balla, la testa duole, la nausea si fa sentire, e pure le vertigini, e naturalmente non è nulla, nulla, nulla rispetto a chi ha perso la vita o la casa.
Ma è uno di quei momenti in cui sei costretto a fare i conti con ciò che è essenziale per te. Se dovessi abbandonare la tua abitazione, che ti porteresti dietro? (Una specie di variante di: se dovessi naufragare su un'isola deserta, cosa vorresti avere con te?.... Che domande: Hugh Jackman e una partita infinita di rasoi per depilarmi, visto che immagino non ci saranno prese elettriche a disposizione per l'epilatore.)
Il mio problema è che la risposta è stata: la casa. Da quando mi sono trasferita qui, e fa meno di due anni, ho sviluppato un amore morboso per il microscopico nido in cui vivo. Per cui, quando la terra inizia a tremare, tengo fermi i mobili, ma non scappo.
La dimostrazione evidente, se avessi avuto bisogno di averne un'altra, che la ragione è forte, ma la pancia molto di più.
venerdì 25 maggio 2012
martedì 22 maggio 2012
Data di scadenza
L'altro giorno parlavo con un amico, che ha un figlio grande.
Mi raccontava di essere molto contento che sia finita la storia d'amore del ragazzo, che durava da qualche anno, perché la fidanzata ha il morbo di Hodgkin, come la 13 del telefilm di Dr House.
Il problema non era la malattia, che non dà scampo, ma il fatto che lei - avuta la diagnosi - e saputo che sarebbe morta (malissimo) giovane, aveva iniziato a fare cose pazze, e il fidanzato le andava dietro.
Gli ho risposto che capivo le sue ansie di padre, e però capivo anche lei.
Poi, qualche ora dopo, mentre tornavo a casa in treno, in uno di quei momenti di rilassamento dovuti all'immobilità forzata, mi si è accesa la lampadina di Archimede Pitagorico.
Abbiamo tutti la data di scadenza.
E siccome non sappiamo quale sarà la nostra, rimuoviamo il pensiero, e ci pare di essere immortali, mentre chi ha ricevuto la notizia di avere un conto alla rovescia nel cervello, il pensiero non riesce a rimuoverlo, diventa un'ossessione. Eppure, se ci si riflette, potrebbero morire tutti gli amici "sani" della nostra 13, prima di lei, per un incidente stradale, per una tegola in testa, per un'influenza mal curata.
Qual è la differenza? Che ce lo certifica un medico?
Ma soprattutto: possibile che l'idea di una morte già presente ci spinga a fare "cose pazze"? (L'idea, sia chiaro, perché la morte è già presente per il solo fatto che siamo nati.)
Perché, davvero, questo significherebbe che ci priviamo di tante esperienze e arriviamo alla fine dei nostri giorni carichi di una gran valigia di rimpianti, ma in nome di cosa? Soprattutto, possibile che il nostro più intimo desiderio sia "fare cose pazze"?
In realtà, tutto questo casino dipende dal fatto che non viviamo pienamente l'unica cosa che abbiamo per certo: questo preciso istante. Perdiamo un sacco di tempo riflettendo su quanto ci è accaduto, o cerchiamo di tenere sotto controllo quel che deve arrivare, come se avessimo sicuramente una serie infinita di giorni davanti a noi. Noi, tutti gli altri no, ma noi sì. Cosa che non è. Neppure se dovessimo essere fortunati come la Levi Montalcini, che ha superato il secolo, e con mente lucida.
Tutto quel che abbiamo è "ora", e - se ci si pensa - anche 13 ha solo "ora". Domani si vedrà.
Mi raccontava di essere molto contento che sia finita la storia d'amore del ragazzo, che durava da qualche anno, perché la fidanzata ha il morbo di Hodgkin, come la 13 del telefilm di Dr House.
Il problema non era la malattia, che non dà scampo, ma il fatto che lei - avuta la diagnosi - e saputo che sarebbe morta (malissimo) giovane, aveva iniziato a fare cose pazze, e il fidanzato le andava dietro.
Gli ho risposto che capivo le sue ansie di padre, e però capivo anche lei.
Poi, qualche ora dopo, mentre tornavo a casa in treno, in uno di quei momenti di rilassamento dovuti all'immobilità forzata, mi si è accesa la lampadina di Archimede Pitagorico.
Abbiamo tutti la data di scadenza.
E siccome non sappiamo quale sarà la nostra, rimuoviamo il pensiero, e ci pare di essere immortali, mentre chi ha ricevuto la notizia di avere un conto alla rovescia nel cervello, il pensiero non riesce a rimuoverlo, diventa un'ossessione. Eppure, se ci si riflette, potrebbero morire tutti gli amici "sani" della nostra 13, prima di lei, per un incidente stradale, per una tegola in testa, per un'influenza mal curata.
Qual è la differenza? Che ce lo certifica un medico?
Ma soprattutto: possibile che l'idea di una morte già presente ci spinga a fare "cose pazze"? (L'idea, sia chiaro, perché la morte è già presente per il solo fatto che siamo nati.)
Perché, davvero, questo significherebbe che ci priviamo di tante esperienze e arriviamo alla fine dei nostri giorni carichi di una gran valigia di rimpianti, ma in nome di cosa? Soprattutto, possibile che il nostro più intimo desiderio sia "fare cose pazze"?
In realtà, tutto questo casino dipende dal fatto che non viviamo pienamente l'unica cosa che abbiamo per certo: questo preciso istante. Perdiamo un sacco di tempo riflettendo su quanto ci è accaduto, o cerchiamo di tenere sotto controllo quel che deve arrivare, come se avessimo sicuramente una serie infinita di giorni davanti a noi. Noi, tutti gli altri no, ma noi sì. Cosa che non è. Neppure se dovessimo essere fortunati come la Levi Montalcini, che ha superato il secolo, e con mente lucida.
Tutto quel che abbiamo è "ora", e - se ci si pensa - anche 13 ha solo "ora". Domani si vedrà.
sabato 19 maggio 2012
??????
Ricevo una email da parte dell'addetta alle pubbliche relazioni di un nuovo sito. Me lo presenta e spera io ne parli nel mio blog, che si occupa di "donne e gossip".
Donne e gossip?
Questo blog?
Mi è venuta una crisi d'identità.
Donne e gossip?
Questo blog?
Mi è venuta una crisi d'identità.
giovedì 17 maggio 2012
Vali più di quel che pensi
E finalmente oggi esce "Vali più di quel che pensi", di Valerie Young.
Si tratta di un FANTASTICO libro, che consiglio a chiunque soffra della sindrome dell'impostore, e cioè pare la stragrande maggioranza delle donne.
La sindrome dell'impostore è un meccanismo mentale, scoperto da qualche decennio, che ti porta a credere di non meritare quello che hai conquistato, spesso con grandi sacrifici.
Ti hanno dato un premio? Oh, grazie gentili signori, ma ci deve essere stato un problema di omonimia, non è che vorreste ripensarci?
Ti hanno dato una promozione? Oddio, chissà com'è accaduto che mi hanno sopravvalutata, ma ora si accorgeranno che sono un bluff.
In realtà colpisce uomini e donne, ma siccome riguarda particolarmente l'ambiente lavorativo, e noi abbiamo iniziato a lavorare fuori casa, in massa, da un periodo storico relativamente breve, per molti versi ancora ci sentiamo dei pesci fuor d'acqua; ci sono regole non scritte - tutte maschili, così come in casa ci sono regole non scritte, tutte femminili - che non abbiamo colto pienamente, e va a finire che ci pare ci sfugga sempre qualcosa. E in un certo senso è vero: il terzo capitolo è dedicato a dimostrare come, se ci sentiamo a disagio in una qualche situazione, è perché la parità sul lavoro non è ancora stata raggiunta. Ci sono fior di esperimenti lo provano. Ve ne dico uno solo: due scienziate svedesi volevano capire i meccanismi di elargizione dei fondi di ricerca, nel loro Paese. Hanno chiesto le varie pratiche all'ente erogatore, per effettuare una verifica statistica, ma l'ente si è rifiutato. Ci sono voluti due anni e una sentenza del tribunale per accedere ai dati. E le due scienziate hanno scoperto che, per ottenere un finanziamento, una donna doveva presentare un numero di pubblicazioni scientifiche due volte e mezza più grande di quello di un uomo. In Svezia, eh!
Se ci pare di fare più fatica, è perché facciamo più fatica.
Ma forse il punto più importante è che CHIEDIAMO A NOI STESSE TROPPO. Ci carichiamo di pretese alle quali non potremo mai rispondere, ci fustighiamo senza pietà per colpa di aspettative irraggiungibili. E ci roviniamo l'esistenza.
Soprattutto: non è una palla di saggio per accademici; si legge come bere un bicchier d'acqua.
Mentre lo traducevo, mi pareva di essere un'ipocondriaca che legge l'enciclopedia medica: Ussignur! Ce l'ho anch'io. Ma mi è stato utilissimo.
Si tratta di un FANTASTICO libro, che consiglio a chiunque soffra della sindrome dell'impostore, e cioè pare la stragrande maggioranza delle donne.
La sindrome dell'impostore è un meccanismo mentale, scoperto da qualche decennio, che ti porta a credere di non meritare quello che hai conquistato, spesso con grandi sacrifici.
Ti hanno dato un premio? Oh, grazie gentili signori, ma ci deve essere stato un problema di omonimia, non è che vorreste ripensarci?
Ti hanno dato una promozione? Oddio, chissà com'è accaduto che mi hanno sopravvalutata, ma ora si accorgeranno che sono un bluff.
In realtà colpisce uomini e donne, ma siccome riguarda particolarmente l'ambiente lavorativo, e noi abbiamo iniziato a lavorare fuori casa, in massa, da un periodo storico relativamente breve, per molti versi ancora ci sentiamo dei pesci fuor d'acqua; ci sono regole non scritte - tutte maschili, così come in casa ci sono regole non scritte, tutte femminili - che non abbiamo colto pienamente, e va a finire che ci pare ci sfugga sempre qualcosa. E in un certo senso è vero: il terzo capitolo è dedicato a dimostrare come, se ci sentiamo a disagio in una qualche situazione, è perché la parità sul lavoro non è ancora stata raggiunta. Ci sono fior di esperimenti lo provano. Ve ne dico uno solo: due scienziate svedesi volevano capire i meccanismi di elargizione dei fondi di ricerca, nel loro Paese. Hanno chiesto le varie pratiche all'ente erogatore, per effettuare una verifica statistica, ma l'ente si è rifiutato. Ci sono voluti due anni e una sentenza del tribunale per accedere ai dati. E le due scienziate hanno scoperto che, per ottenere un finanziamento, una donna doveva presentare un numero di pubblicazioni scientifiche due volte e mezza più grande di quello di un uomo. In Svezia, eh!
Se ci pare di fare più fatica, è perché facciamo più fatica.
Ma forse il punto più importante è che CHIEDIAMO A NOI STESSE TROPPO. Ci carichiamo di pretese alle quali non potremo mai rispondere, ci fustighiamo senza pietà per colpa di aspettative irraggiungibili. E ci roviniamo l'esistenza.
Soprattutto: non è una palla di saggio per accademici; si legge come bere un bicchier d'acqua.
Mentre lo traducevo, mi pareva di essere un'ipocondriaca che legge l'enciclopedia medica: Ussignur! Ce l'ho anch'io. Ma mi è stato utilissimo.
martedì 15 maggio 2012
Intervallo
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Pausa corroborante
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giovedì 10 maggio 2012
Hillary for President
Hillary Clinton si è presentata a un appuntamento istituzionale senza messa in piega, senza trucco e con i fondi di bottiglia agli occhi che, peraltro, porta da quando era giovane.
La cosa diventa una notizia, che fa il giro del mondo. Ricapitolando: se una donna di potere si fa vedere in pubblico ordinata, ma non in tiro, i direttori dei giornali saltano sulla loro sedia, e si affrettano a coprire la storia. Folle, no? Voglio dire: chissenefrega.
L'episodio, letto da un altro punto di vista però, racconta di come sia grande la pressione per sembrare sempre meglio di quel che siamo.
Nell'antichità, il termine "persona" indicava la maschera che gli attori indossavano, per interpretare un ruolo. Hillary Clinton è uscita da quel ruolo, ed è un piccolo scandalo.
Ma ancora più importante è la sua splendida reazione: di fronte al dibattito scatenato dalle foto, lei... si è fatta una clamorosa risata. E poi ha detto: "Sono sollevata di essere a un punto della mia vita in cui se voglio mettere gli occhiali lo faccio, se voglio tirare i capelli indietro lo faccio''.
Speriamo di non dover arrivare tutte a 64 anni, come lei, per potercelo permettere.
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lunedì 7 maggio 2012
Belen? Toh!
Il vostro fidanzato vede la Belen in tv, e subito si trasforma in una comparsa di Qualcuno volò sul nido del cuculo, dopo la lobotomia?
Consolatevi, tanto se se la dovesse trovare davanti non combinerebbe nulla. E non perché è un uomo normale, con un filino di pancetta, e un portafoglio non a fisarmonica, e non un calciatore superfigo milionario, uno sciupafemmine con fedina penale affollata, o un toy boy scolpito...
E' che i ricercatori dell'università di Radboud hanno scoperto che gli uomini, di fronte a una donna bellissima, sulla quale magari hanno sognato un bel po', fanno cilecca. Colpa dello stress: si sentono sotto esame e mandano tutto all'aria.
Chi l'avrebbe detto che l'ansia da prestazione sarebbe stata amica di noi donne imperfette?
Dio esiste, e ha uno strano senso dell'umorismo.
Consolatevi, tanto se se la dovesse trovare davanti non combinerebbe nulla. E non perché è un uomo normale, con un filino di pancetta, e un portafoglio non a fisarmonica, e non un calciatore superfigo milionario, uno sciupafemmine con fedina penale affollata, o un toy boy scolpito...
E' che i ricercatori dell'università di Radboud hanno scoperto che gli uomini, di fronte a una donna bellissima, sulla quale magari hanno sognato un bel po', fanno cilecca. Colpa dello stress: si sentono sotto esame e mandano tutto all'aria.
Chi l'avrebbe detto che l'ansia da prestazione sarebbe stata amica di noi donne imperfette?
Dio esiste, e ha uno strano senso dell'umorismo.
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